Diversi anni fa usavo skypare con un collega, nonostante fossimo a un metro e mezzo di distanza: un paradosso, ma fatto con ironia. L’ Università del Texas sembra raccogliere questa attitudine proponendo The Twitter Experiment, ovvero delle lezioni in aula partecipate via twitter.
Durante la lettura gli studenti commentano e interagiscono con i pc o i loro smartphones facendo microblogging, e uno schermone centrale funge da lavagna dei commenti. Le motivazioni di questo esperimento sono: vincere barriere legate alla timidezza nel comunicare verbalmente e consentire una conversazione più lineare ora che, dati i pesanti tagli al budget sull’istruzione, le aule americane pare siano piene fino al collasso. L’esperimento sembra positivo, e i vantaggi ottenuti sono una migliore qualità delle osservazioni scritte, una maggior quantità di partecipanti attivi (non i soliti due o tre che alzano la mano) una volta rimosso l’ostacolo della timidezza, e la tendenza a proseguire la conversazione anche oltre l’ orario scolastico continuando a twittare sulla lezione.
Le motivazioni sono intelligenti, ovvero quelle di fronteggiare una situazione scolastica in recessione aguzzando il cervello e inventandosi soluzioni nuove. Personalmente vedo alcune controindicazioni:
1) Ma se non impariamo a scuola a vincere la timidezza e a parlare in un’aula pubblica, quando lo impareremo?
2) Perchè dovrei farmi un’ora di autobus per partecipare a una lezione che potrei seguire sotto le coperte col portatile in una mano e le ciambelle nell’altra?
3) Se in aula sono spinto a messaggiare e twittare liberamente, chi me lo fa fare di “stare sulla lezione” puttosto che scrivere altrove di quello che mi pare? Non è che si ripropone il problema iniziale, dove rimangono in due o tre a partecipare attivamente mentre gli altri si fanno i casi propri?
4) Sintetizzare le proprie idee in 160 caratteri può essere un esercizio di rigore e chiarezza, ma il linguaggio attuale non risulta già abbastanza influenzato e impoverito da questo limite? Una serie di brillanti commenti positivi potrebbe ridursi ad una sfilza di “lolloni” a encefalogramma piatto.
Finchè si parla di università potrebbe anche andare bene, presupponendo un alto livello di autoresponsabilizzazione di ragazzi che immaginiamo già formati, ma l’accoppiata Risparmio + Recessione di sicuro farebbe ingolosire politici/amministratori invogliati ad estenderne l’utilizzo anche a vari livelli della formazione scolastica, arrivando prima o poi a toccare le fasce di studenti più giovani.
L’ esperimento è molto interessante e il lato che mi interessa davvero è quello di avere un logging disponibile di tutta la lezione, osservazioni degli studenti comprese. E quello, in uno step successivo, di poter ampliare la partecipazione aprendo la lezione al web. Nel mio mondo di Pandora immaginario vedo lezioni condivise con aule africane, vedo una partecipazione estesa a chi abita lontando da strutture scolastiche, a chi ha problemi nel muoversi da casa. Funzionalmente sono quindi favorevole, ma umanamente credo che questo tipo di esperimenti non debba occupare più di una frazione della vita scolastica.
Non credo che il modo giusto di andare incontro alle generazioni più giovani sia per forza quello di parlare il “loro linguaggio”, perchè è evidente che il sistema occidentale sta cedendo proprio su parole come socialità reale, scambio interpersonale, comunicazione verbale. La scuola dovrebbe essere una delle roccaforti di questi concetti, quell’attimo nella giornata che ci stacca dalla televisione e dalla connettività ossessiva per farci recuperare l’uso pieno dei sensi e delle relazioni a tutto tondo. Pierino come lo farebbe il suo “col fischio o senza”? Usando un hashtag? Eppure anche di questo è fatta l’esperienza scolastica, non solo di alzate di mano reali o virtuali e di commenti lineari.

