Le recensioni su Invaders Must Die, ultimo lavoro dei Prodigy, sono abbastanza discordanti. Il Guardian lo stronca cinicamente (per anzianità dei protagonisti), Rockol ne parla bene, Clashmusic sta nel mezzo. Io dico che è un lavoro riuscito a metà.
Premessa (pallosissima)
Il mio primo incontro con i Prodigy fu l’ Ep Voodoo People del 95, al quale seguì la conferma di The Fat of the Land. Un disco che è rimasto nella storia perchè il tris Firestarter, Smack my Bitch Up e Breathe è stato uno dei più potenti della storia della rave music, in grado di definire un’epoca, uno stile, un’estetica. Gli anni novanta sono stati un periodo dove rock ed elettronica si sono corteggiati parecchio, ma raramente ottenendo risultati memorabili. I gruppi che ascoltavo all’epoca (Ministry, Skinny Puppy, Front Line Assembly, Front 242, i primi Nine Inch Nails) erano molto interessanti, ma affondavano tutti le radici negli anni ottanta più oscuri o nel rock più tenebroso, e non sarebbero mai riusciti a cogliere il verbo “ballare”, ad avvicinare il versante “dance” della faccenda. Perchè era da quel versante (il nuovo) che doveva arrivare la mano tesa, oggi come allora ne sono profondamente convinto.
Parole forse banali oggi ma un tempo eravamo abituati a ragionare a compartimenti stagni: coniugare generi musicali diversi con disinvoltura è stata una caratteristica degli anni novanta (dove di fatto si è più coniugato, mescolato, recuperato che creato ma questa è un’altra storia). I Prodigy dicevamo, si sono trovati nel momento giusto al posto giusto, e hanno solo dovuto dare carne alle nuove estetiche ottenendo un successo planetario grazie anche al video di Breathe che è un vero e proprio manifesto della loro visione (immaginatelo in un mondo pre-Matrix, pre-Resident Evil, pre-tante cose).
Invaders Must Die
Ora sono passati 13 anni da quell’album, e dopo intermezzi non memorabili i Prodigy ci riprovano sfornando Invaders Must Die, uscito per la Cooking Vinyl. Ad un primo distratto ascolto mi sono galvanizzato, ho subito comunicato il mio entusiasmo agli amici, definendolo come un disco meno cattivo, ma più maturo, più tecnico, più ambizioso (mi sembra di comparare It takes a Nations of Millions con Fear of a Black Planet, i due grandi album dei Public Enemy) dei precedenti.
Poi riascoltandolo con più calma ho ridimensionato la faccenda e ho chiarito alcuni punti che ora stendo qui traccia per traccia. La opening track, Invaders Must Die, è un buon antipasto: potente, anthemica da stadio, fa ben presagire.
Poi ti arriva subito il singolo stratosferico: Omen. Ascoltandolo sembra che i nostri siano ancora più massicci, bravi, ispirati, dei tempi d’oro. Ad una ritmica potentissima si aggiunge una vocalità eighties (ahò, a me vengono in mente i Duran) che dona spessore e gusto retrò. Questo pezzo da solo vale il biglietto per un concerto, perchè sarà devastante.
Arrivamo a Thunder, col campione vocale reggae (Ethipian Peace Song di Trevor Joe) e i bassi che ti spettinano: viaggiamo sempre ad un buon livello e siamo col sorriso sulle labbra.
Questa triade però racchiude il meglio del disco, e le aspettative calano nel resto dell’album. Troviamo tanto mestiere, collaborazioni sprecate (Dave Grohl), ma ad un ascolto accurato poca roba. E’ chiaro che Liam Howlett sa sempre dove mettere le mani, ma a questi livelli non ci accontentiamo di trucchetti da mestierante, e non bastano ritmiche solide e synth in delirio per saziare il palato di chi si aspettava tanto. Forse chiedergli di rappresentare un’epoca è un compito ormai fuori tempo, ma avevo buone speranze di ascoltare il punk-rave album definitivo.
Ecco qualche altro video:
Take me to the hospital (si si potente, ma quanto sono banali quelle linee)
Warrior’s Dance

