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Dependence Days

Posted luglio 8th, 2010 in Gaming and tagged , , , , , by admin

Si torna a parlare di dipendenza da videogiochi: un 16enne ligure aggredisce il padre che gli spegne il pc dopo giornate intere passate a giocare, e viene sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio.

A dire il vero roba vecchia come il cucco, dato che è dai primi anni ottanta che si alzano scudi contro la dipendenza da videogames, e non mi sembra che in questi trent’anni il nostro paese, a fronte di un’esponenziale diffusione di pc e console, sia diventato l’inferno sulla terra. Quello che qualunque persona dotata di esperienza dovrebbe comprendere è che la dipendenza non è causata da un computer o da un gioco, ma è già presente nel “corpo ospitante”. Poi i casi della vita o i gusti personali decidono se e di cosa diventerai dipendente, ma saremmo pazzi ad attribuire a dei giochi il potere di “generare dipendenza”…altro che Umbrella Corporation.

Oltretutto sarebbero anche da stabilire quali sono le soglie che possono far parlare di dipendenza: quando mia madre nei tardi anni novanta mi vedeva seduto per ore davanti ad uno pc, mi accusava di dipendenza (nonostante il mio tempo non fosse dedicato al gioco ma ad autoapprendere quella che sarebbe poi diventata la mia professione). Eppure quelle (tante) ore forse erano meno di quelle che oggi passa al pc una persona media che vive da sola: otto ore a lavoro, di sicuro altre due o tre la sera sui social (se non ha la tv facciamo quattro o cinque), senza contare l’utilizzo informatico mobile.

Il problema non è quello del monte ore, ovvero non dobbiamo parlare di quantità ma di qualità. Mia madre in un certo senso aveva ragione: ero dipendente nella misura in cui attribuivo a quelle ore un’importanza centrale per la mia vita. Divertimento certo, frequentazioni virtuali senza dubbio, ma soprattutto voglia di farcela, voglia di imparare, voglia di migliorare il mio futuro. Potrebbe essere stata anche solo un’ora al giorno, ma se avessi ritenuto quella singola ora fulcro della mia vita sarei stato dipendente. Conosco un tipo che, ovunque si trovi, alle cinque spaccate deve tornare a casa o in albergo per bersi il suo bicchiere di Pernod. Anche lui è fottutamente dipendente, ma questo gesto viene classificato come leggera eccentricità, come lieve fissazione di un abitudinario.

Tornando sull’argomento: il ragazzino ligure, come tutti gli esseri umani, ha rivolto le sue attenzioni verso quello che gli dava più sensazioni, più immediato benessere, più interesse. La bilancia della sua vita non aveva evidentemente contrappesi altrettanto forti sull’altro piatto, tutto qui. Probabilmente se fosse stato nelle simpatie di Giovannona Coscialunga, avrebbe mollato il pc per altro tipo di dipendenze, ma non si sarebbe risolto il “problema”. Il problema è proprio quello di avere vite dove un solo piatto della bilancia è pesante e tutti gli altri sono vuoti. E non mi sembra buono che i genitori di un minorenne non siano in grado di interpretare per tempo questa disparità di pesi, prendendo la decisione di agire solo una volta arrivati di fronte ad episodi degni di “trattamento obbligario”.

Credo che spesso venga usato il videogame come capro espiatorio, perchè si tratta di qualcosa che non viene compreso dalle generazioni più anziane. Se passo dieci ore a suonare il violino, a giocare a ping pong, a leggere, a guardare la televisione, a smontare una moto, posso venire accettato. Se ne passo dieci su Word of Warcraft si inizia a temere che io abbia il male oscuro. Capisco le preoccupazioni genitoriali, chiunque di noi potrebbe trovarsi nei loro panni, ma quello che voglio dire è che occorre andare alla radice e non soffermarsi sul risultato finale (ti tolgo WoW e sei guarito). Occorre fare luce su una cosa chiamata depressione, sui vuoti delle nostre e altrui vite, occorre tanta vicinanza e la capacità di proporre alternative, di creare prospettive, non basta lucchettare un pc o credere che esista un oggetto colpevole (el me fiol l’era tanto bravo, chela bruta cosa lè me l’ha rovinato). E occorre anche capire che, specie nell’adolescenza, esistono passioni morbose che sono temporanee, che corrispondono ad un periodo e che poi lasciano posto ad altre passioni. Non intendo dire che bisogna essere totalmente passivi e lasciare che “la natura faccia il suo corso”, ma occorre agire di sponda, creando diversivi e occasioni nuove in grado di mettere piano piano in discussione l’assoluta supremazia dell’interesse maniacale.

Se si agisce troppo tardi, in fase di depressione acuta, le rogne sono grandi (molto grandi) ma continuando a dare la colpa ai videogiochi non si risolve il problema: lo si trasferisce a basta. Se la mia vita è vuota non posso dare la colpa di questo all’unica cosa, buona o cattiva, che me la riempie.

Un commento.

  1. beppe scrive:

    Ciao Marco, felice i ritrovarti a scrivere e anche in gran forma da
    quel che leggo…

    Non aggiungo altro, sai quanto poco propenso sia ad espormi.

    Un saluto.

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