E’ innegabile che Apple con il suo marketplace di applicazioni sia riuscita dove tutti avevano fallito: creare un enorme bacino di utenti disposti a pagare per scaricare del software.
Un risultato molto concreto in un mondo informatico dove da quindici anni ci si spreme le meningi per capire come monetizzare il traffico web e si finisce quasi sempre sulle logiche dei banner, delle impressions, della profilazione. Il concetto voglio/pago è di fatto difficilissimo da mettere in pratica sul web, dove ad ogni angolo esistono modi alternativi per ottenere la stessa cosa, e un meccanismo rigido è possibile solo sui prodotti storicamente chiusi della casa di Cupertino.
Ma quanto durerà il successo dei singoli marketplace e delle app proprietarie? Immagino che per altri tre o quattro anni ci sarà ancora parecchia trippa per gatti, ma ora che altri concorrenti stanno insidiando il primato di Apple su smartphones e tablets, occorrerà districarsi tra vari “recinti”, e alla fine gli utenti privilegeranno quelli con le maglie più larghe.
La pratica del jailbreak IOS aumenta costantemente, e questo fenomeno in Cina raggiunge una percentuale del 35%, un dato che ci aiuta a capire quanto iPhone sia sempre meno un prodotto feticcio da tenere intonso su una teca, e stia scendendo a livello di “feel” negli inferi dei prodotti di consumo, ovvero in una dimensione di normalità. Del feticcio si ha timore reverenziale, con un prodotto si smanetta un pò di più.
In un mondo meno fanboy e più “liberista”, è probabilissimo che io abbia un tablet Apple, un pc Windows, uno smartphone Android, un televisore con x sistema operativo. Credete davvero che io voglia (di questi tempi poi…) pagare tre volte per avere la stessa applicazione sui miei dispositivi? I say no, e quindi ben vengano le applicazioni universali, adattabili a qualunque device, che presto avranno tutti gli strumenti necessari per essere qualitativamente pari alle app native. Del resto quante applicazioni oggi sullo store non sono altro che web app impacchettate come fossero native? Quanti framework già si occupano di compilare lo stesso codice per piattaforme mobile differenti?
Html 5 non arriva certo per caso, ma è la (ancora tiepida) risposta del web ad un mercato che troppe volte negli ultimi due anni lo ha dichiarato morto, e che prima che il gallo canti probabilmente ne proclamerà la resurrezione. Quanti abili giovani programmatori vorrebbero sviluppare app per iPhone attratti dal gigantesco marketplace ma sono castrati dall’acquisto di un Mac troppo costoso? Quanti clienti sono poco propensi a pagare lo sviluppo della propria applicazione per IOS, per Android, per Windows?
Questa frammentazione non è destinata a durare a lungo, a mio parere, e se abbiamo le antenne giuste dovremo imparare come riposizionare i nostri prodotti sul mercato del futuro, quando i brand dei singoli dispositivi avranno un peso inferiore in fase di scelta/acquisto, ovvero quando questa scelta sarà meno emozionale e più lucida.
E’ di qualche giorno fa l’uscita del celeberrimo giochino Cut the Rope in versione html5 (http://www.cuttherope.ie/), strategicamente non compatibile con iPhone/Safari. Di qualche settimana fa invece l’annuncio del Financial Times di uscire dall’app store per trasformarsi anch’esso in webapp. Segnali importanti, dove alcuni big esprimono la volontà di bypassare i monogestori, per posizionarsi in modo alternativo.
Dato che l’esperimento dei marketplace è risultato incredibilmente redditizio credo si seguirà lo stesso modello, con la differenza che immagino una sorta di market globale a livello applicativo. Guardiamone i vantaggi:
1) il cliente pagherebbe una sola volta i costi di sviluppo
2) il fruitore finale pagherebbe una sola volta l’applicazione in grado di girare su tutti i suoi dispositivi
3) lo sviluppatore metterebbe in un colpo solo il proprio prodotto d’ingegno su un market capace di raggiungere molte più persone
Guardiamone gli svantaggi:
1) All’oggi non esiste il modo di proteggere codice e dati che viaggiano su web apps
2) La difficoltà di mantenere una compatibilità universale a livello di markup (in soldoni: “con il sistema operativo PincoPallo, usato sul dispositivo TizioCaio non mi si vedono i menu: ridatemi i soldi!”)
Personalmente credo che gli svantaggi possano essere ovviati da nuove specifiche dei browser, dei protocolli di sicurezza, e si possano adottare degli standard universali, e che l’impegno di compatibilità richiesto a monte sia oneroso, ma la posta in gioco è talmente alta da farmelo immaginare come uno sforzo possibile. Se oggi l’esigenza di un market globale non è avvertita come primaria, è perchè ancora le fette della torta sono spartite principalmente tra IOS e Android, ma quando la torta avrà parecchie fette ripartire in modo più uniforme, sarebbe folle non seguire questa strada.

