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Mr Robot e la narrazione dell’hacking

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E’ grandissimo l’hype generato da Mr Robot, la serie televisiva a sfondo hacker/complottistico che sta facendo parlare. Avendo visto solo il primo episodio non posso farne una recensione, ma ho quanto basta per una prima impressione. Dato che in Italia siamo ancora ai primi episodi, se ti piace spararti le serie in una botta sola puoi recuperare qui la Season 1 in inglese.
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Ovviamente per quanto tecnologico io sono un po’ fuori target in quanto ad età, ma il pubblico dai 18 ai 30 dovrebbe apprezzare molto temi, personaggi e situazioni della serie.

Tra V per Vendetta e WikileaksMr Robot ha il pregio di affrontare il tema dell’hacking con una visione più moderna e meno romanzata (di solito le rappresentazioni di questo mondo sembrano ancora ferme a War Games, o poco più).

Termini informatici come rootkit, DDOS, backdoor offrono le giuste suggestioni e sono inseriti con cognizione di causa, pur in un contesto fictional, dando un buon sapore realistico agli atti informatici descritti.

Anche perchè finalmente qualcuno si rende conto che buona parte del pubblico oggi lavora realmente nell’industria informatica e occorrono rappresentazioni meno fantasy e approssimative quando si parla di questo mondo che non può essere più approcciato in modo farlocco.

Ai personaggi un po’ stereotipati che popolano Mr Robot si uniscono anche spaccati realistici della vita in un’azienda informatica, un pugnetto di ansie e fobie sociali e un po’ di sex and drugs per dare un tocco di eccesso alla vita del protagonista Elliot, che altrimenti sarebbe il solito programmatore introverso dalla vita frizzante come una Peroni aperta da un mese.

Non mancano forzature e iperboli, ma un pubblico meno “in età” di me le potrà digerire molto più fluidamente. Nel complesso mi è piaciuto questo inizio: Rami Malek è assolutamente perfetto nel ruolo del turbato protagonista e accanto a lui sbiadiscono gli altri personaggi, anche se Christian “Adso” Slater nel ruolo del “vecchio” informatico a capo della rivolta è un gradevole richiamino per noi 40enni.

Ricordiamoci sempre che l’hacking, come qualunque attività informatica, manca di qualunque appeal visivo naturale, per quello occorre caricare alcuni punti come estetica, fobie, simboli. Qui nessuno si sfida a colpi di baionetta o di spada laser, non ci sono scene di massa e non si scalano grattacieli. Sono solo tasti da spingere, codice da scrivere, occupazioni di un ingegnere qualunque, non gesta di un eroe. Non è facile far funzionare questo a livello cinematografico o televisivo: occorre costruire un’epica senza potersi avvalere di gesti fisici.

Sebbene il complottismo globale abbia un po’ rotto le palle, e la lotta allo strapotere delle multinazionali sia roba stagionatissima, non dobbiamo dimenticare che ora che viviamo in un  mondo totalmente informatizzato e internetizzato, questi concetti prendono nuove forme reali, basti pensare ad Assange, al ruolo di Twitter nelle rivoluzioni popolari, all’ISIS in grado di gestire sapientemente la sua immagine attraverso social media e video, Anonymous lo conosce anche mia nonna e non c’è neanche bisogno di citare il Movimento 5 Stelle qui da noi.

Il rapporto tra informatica, potere e accadimenti sociali è oggi assolutamente naturale e permea società e mercati, sono quindi altrettanto naturali attacchi informali e diffusi a questi poteri, dato che sempre più persone hanno a disposizione tecnologie e competenze per portarli a segno o quantomeno per provarci.

Oggi la narrazione dell’hacking non passa più attraverso genietti che hanno accesso a tecnologie militari: bastano competenze superiori alla media, un ottimo coordinamento delle azioni e tecnologia alla portata di tutti per sferrare attacchi di grande potenza informatica e/o comunicativa.

Raccontare questo vuol dire parlare del presente, e quando un prodotto artistico parla del presente ha sempre ragione di esistere, specie in un’epoca dove nessuno sembra voler/poter rappresentare le generazioni più giovani, forse perchè queste hanno oggi la possibilità e la tecnologia per rappresentarsi da sole.

Si rappresentano ma non si presentano, avendo meno cantori, maestri di pensiero, leader che ne illustrino pensieri e manifesti e li rendano comprensibili anche alle generazioni precedenti. Ma sarà dalla sfuggente e anonima complessità di queste generazioni tanto tecnologicamente unite quanto collettivamente disgregate che arriveranno gli attacchi più importanti ad un modo di vivere che non ha la visione per stare al passo con questa complessità.

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Sono presenti 1 Commento

  1. andrea says:

    Mr. Robot è, in una parola, ECCEZIONALE!
    La maniera meticolosa con cui è costruito richiede assolutamente una seconda visione per poterlo apprezzare al meglio. Finalmente un esempio di serie televisiva studiato dall’inizio alla fine e non ideato episodio per episodio secondo come gli gira quel giorno agli autori 😉
    Ora c’è la seconda serie che attendo con ansia di vedere, ma aspetto che escano tutti gli episodi per poterne vedere più alla volta senza pause (tranne che per fare la pipì ;D).
    Chiaramente dobbiamo aspettare che si concluda (mi pare che dovrebbero essere 3 serie in tutto), ma se continua così allora siamo nell’empireo della televisione, al apri di Breaking Bad e Mad Men.

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